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9 Marzo 2026
Sono stato recentemente invitato come ospite in “Esperti del settore”, un programma focalizzato su imprenditori e aziende che tratta tematiche di grande interesse. L’intervento principale nel mio contesto lavorativo ha riguardato l’Intelligenza Artificiale.
Nel dibattito sull’IA, si tende ad attribuire una persona artificiale a quest’ultima, utilizzando pronomi come ‘Lei’ o ‘Lui’. Anche io, a volte, cappo in questo errore durante i discorsi. La motivazione di questo lapsus, a mio avviso, è legata soprattutto alla complessità del tema dell’Intelligenza, sebbene seguito dall’aggettivo “Artificiale”, questo lemma induce nell’immaginario del cervello umano un’associazione con la figura umana, perché l’intelligenza è stata tradizionalmente vista come caratteristica peculiare dell’essere umano.
Parlare dell’AI come se fosse umana presenta un problema sia a livello lessicale che cognitivo, poiché può portare a conseguenze dannose: far percepire al cervello il testo AI come parte integrante di un ragionamento cosciente. È fondamentale, quindi, prima di utilizzare queste tecnologie, specialmente per i più giovani, distinguere tra ciò che è prodotto da un algoritmo basato su una valutazione statistica su centinaia di miliardi di dati e ciò che invece è prodotto di esperienza umana, influenzata da intuito e coscienza.
L’algoritmo non può replicare la coscienza umana, poiché questa deriva da sentimenti e riflessioni generate dalle esperienze vissute.
Essere umani significa conoscere il dolore, che ci guida verso una maggiore empatia. Immaginiamo una persona appena licenziata pronta a raccontare la sua storia.
La risposta di un sistema di intelligenza artificiale sarebbe una cosa di questo genere:
“Mi dispiace che tu abbia perso il lavoro. È una situazione difficile. Potresti considerare di aggiornare il tuo curriculum, cercare nuove opportunità online e valutare corsi di formazioni per migliorare le tue competenze”.
La risposta è accurata e razionale, ma manca di empatia per la situazione umana.
Un essere umano empatico probabilmente avrebbe risposto:
“Accidenti… Mi dispiace davvero tanto. So quanto ci tenevi a quel lavoro. Devi attraversare un momento molto pesante da digerire. Se ne vuoi parlare sono qui. Adesso cerca di digerire la cosa e quando ti sentirai più lucido magari possiamo ragionare insieme su come muoverti per cercare un’altra occupazione. Se potrò ti darò una mano chiedendo a qualche persone che conosco se ha bisogno di una figura come la tua”.
In questo contesto si osservano azioni tipicamente umane: il riconoscimento dell’emozione come un’esperienza condivisa, la condivisione emotiva che induce l’ascoltatore ad entrare in sintonia con lo stato d’animo di chi ha subito il licenziamento. C’è una presenza relazionale che fornisce disponibilità: “possiamo ragionare insieme”, “Se potrò ti darà una mano”.Invece di un aiuto tecnico immediato, c’è uno scambio emotivo, una comprensione reciproca e una soluzione proposta dopo un periodo di riflessione.
L’empatia umana va oltre la semplice comprensione logica; include una componente di risonanza emotiva.
Un esempio ancora più forte può essere questo:
“Oggi ho venduto il violino di mio padre”.
Una possibile risposta dell’AI potrebbe essere: “Se mi dici modello e marca del violino e prezzo di vendita posso dirti se hai fatto un buon affare”.
Una possibile risposta di un umano: “Ma il violino che suonava sempre tuo padre che custodivi gelosamente in quella teca? Deve essere stato molto pesante per te disfartene, quel violino portava sicuramente tanti ricordi!”.
Qui è ancora più evidente che l’attenzione dell’interlocutore non si focalizza sull’oggetto ma su ciò che c’è dietro l’oggetto. Ricordi, emozioni, vita vissuta.
Ma attenzione, anche l’AI, a seconda del modello potrebbe dare una risposta simile… Cosa significa? È fondamentale ricordare che i modelli di IA si basano su informazioni fornite dagli esseri umani. In questa situazione potrebbe emulare un comportamento umano, ma è importante precisare che non lo è effettivamente. Fornirebbe semplicemente la risposta più statisticamente probabile che un essere umano darebbe a una simile affermazione, però ancora una volta priva di qualsiasi emozione.
Sono numerose le testimonianze di individui che rivelano di condividere pensieri e sentimenti con modelli AI più spesso rispetto alle persone reali. Questa situazione è preoccupante, ma ha una spiegazione plausibile.
Per effettuare comparazioni valide, l’AI non va confrontata con elementi negativi estremi, ma con modelli umani di riferimento razionali. In caso di necessità, affidarsi ad un’intelligenza artificiale potrebbe essere più sicuro rispetto a doversi affidare ad un assassino (la fiera della banalità), ma fortunatamente gli assassini sono pochi e il mondo è ancora popolato da persone oneste.
Quando pensiamo ai ragazzi che subiscono bullismo scolastico, è naturale comprendere come possano sentirsi a proprio agio nell’ aprirsi all’AI perché trovano un supporto che:
Sebbene efficace nell’elaborazione del testo, il sistema non è in grado di comprendere ed integrare le emozioni, operando esclusivamente su dati testuali. Nell’interazione sociale, i gesti rivelano molto sulle emozioni degli individui. L’AI, a causa della limitata comprensione del linguaggio non verbale, fatica a costruire relazioni reali. Anche il tono utilizzato svolge un ruolo fondamentale.
Con grande frequenza, quando vengo contattato da aziende, il luogo comune è questo: “Ingegnere, dove posso integrare l’Intelligenza Artificiale per risparmiare sul costo del personale?”… Tradotto… Dove posso mettere AI per licenziare un po’ di gente e mettermi più soldi nelle tasche?
Non posso esimermi dal definire questa visione imprenditoriale decisamente miope!
L’integrazione dell’AI mira alla produttività e alla velocità, non al licenziamento dei propri dipendenti. Con una solida situazione economica e liquidità a disposizione, quale beneficio deriva dall’utilizzo dell’AI per la riduzione della forza lavoro?
Sarebbe come dire che ho una macchina, metto un motore più potente ma tolgo i freni perché il mio scopo è solo quello di accelerare più velocemente. Ok, ma quando poi davanti ti trovi un muro cosa fai? Gli chiedi di spostarsi?
L’integrazione di AI per ridurre il personale è sensata solo in un caso specifico: l’azienda sta attraversando un periodo critico con calo del lavoro, debiti crescenti e impossibilità di far fronte ai pagamenti. Per evitare la chiusura, si procede con riduzioni del personale in un tentativo di contenere i costi e preservare alcune posizioni lavorative cercando di rimpiazzare quella forza lavoro con l’AI.
Questa però è un’eccezione, uno stato di emergenza, non una norma! È come dire: “Salviamo ciò che possiamo licenziando 10 persone prima che sia troppo tardi e perdano il lavoro 100 persone”.
Il problema è che le aziende che mi pongono domande del genere spesso non hanno carenze di liquidità, e non sperimentano alcuna fatica nel mantenere il loro attuale livello occupazionale.
Sorge dunque una complessa questione etica per l’imprenditore e l’azienda chiamata a sviluppare questi strumenti.
Un regolamento giuridico in materia sarebbe fondamentale per garantire ai dipendenti una maggiore serenità nell’affrontare l’introduzione dell’intelligenza artificiale come alleato nel contesto lavorativo, e garantirebbe la continuità del livello occupazionale evitando i classici scontri etici che si hanno tra imprese clienti e software house. Perché cari lettori… Einstein diceva che “è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio”. Personalmente ogni volta che mi trovo dinnanzi a proposte del genere provo con tutto me stesso a convincere chi sta davanti a me della sua visione miope: “utilizza questo personale in comparti più strategici, magari nel marketing per aumentare la domanda”, ma diciamoci la verità, molti imprenditori si concentrano unicamente sul guadagno a breve termine, ignorando le implicazioni etiche di eventuali decisioni e trascurando
D’altra parte è però richiesto anche uno sforzo da parte del dipendente. Diamo come si suol dire un calcio al cerchio e uno alla botte… Il contratto a tempo indeterminato non deve essere visto come un certificato di Laurea; ok ora mi sono laureato e sto a posto così, questo pezzo di carta non me lo toglie più nessuno. Molti dipendenti si “rilassano” per usare un eufemismo, quando vengono convertiti a tempo indeterminato. C’è chi accumula malattie su malattie anche se in perfetto stato di salute. C’è chi arriva in ufficio e scalda solo la sedia facendo il minimo indispensabile.
Naturalmente quando io parlo di mantenimento di livello occupazionale con gli imprenditori mi batto per i lavoratori virtuosi, non per gli scalda poltrona!
In questa intervista tocchiamo alcuni di questi punti. Buona visione.
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